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– Bocciata anche dall’ultimo Rapporto dell’Ocse (l’Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico), la nostra scuola costa troppo e rende poco, restando così in coda alla graduatoria europea.

– finanziamenti “alla scuola italiana” …corrisponde al 3,5% del nostro Prodotto interno lordo, contro il 3,8 della media europea.

(Giovanni Valentini)

– ridurre

la spesa pubblica e assumere insegnanti bravi anziché «collocare» precari.

– l’assunzione di un esercito di prec

ari, che rende inutile ciò che è stato fatto in questi anni dalle Università, con le scuole di specializzazione, al fine di formare insegnanti di qualità.

(Panebianco)

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Tutti professori e opinionisti che..
per dirla con O.Wilde spiegano a noi quello che non hanno capito.

Alcune considerazioni

dati di preparazione aggregati dei quindicenni italiani danno, è vero, un basso livello di preparazione nei confronti del resto dei paesi OCSE, ma se disaggregati per il Veneto danno il 4° posto a poca distanza dai ragazzi Svedesi.

– Una peculiarità della scuola italiana, a differenza di molte scuole straniere, è l’inserimento di soggetti diversamente, spesso molto diversamente, abili nelle classi ordinarie. (necessita di insegnanti di sostegno…)

– Se è vero che oggi la maggiore fonte di competitività fra paesi è la formazione scolastica, mantenere uno stato di precariato e di instabilità della classe insegnante è un grave danno alla preparazione dei nostri ragazzi.

– Le ore di lezioni previste da noi, sono superiori a quelle dei restanti paesi OCSE.

L’equazione precario uguale impreparato o incompetente è offensiva e rivela ignoranza. Il precariato è costituito da migliaia di insegnanti che spesso risultati idonei a uno o più concorsi non hanno trovato un adeguato inserimento per scelte di politica scolastica.

– Quanto alla qualità della preparazione fornita dall’Università, una riflessione sarebbe auspicabile, mediante una valutazione obiettiva ed indipendente. L’autoreferenzialità è una delle caratteristiche proprie delle nostre Università.

– Quanto al giudizio di certi opinionisti, se la qualità e la competenza espressa in alcuni editoriali, si estende a tutte le opinioni espresse anche negli altri campi, c’è di che restare, a dir poco, perplessi!!!

Per chi ha voglia di leggere:

21 ottobre su Repubblica

La scuola in crisi non buca il video

di GIOVANNI VALENTINI

Ma quello che è veramente esilarante nel dibattito sulla scuola è che il più delle volte sembra un dialogo tragifstatua.gif sordi, in cui gli illustri partecipanti non paiono minimamente prendere in considerazione l’ipotesi che contro la propria ricetta esistano opzioni radicalmente diverse

Nella babele mediatica che si va innalzando giorno dopo giorno intorno alla finanziaria del governo Prodi, il caso della scuola è un paradigma dei ritardi e delle inefficienze che affliggono la società italiana, deprimendo la competitività del nostro Paese sul piano internazionale.
……….

La crisi della scuola non “buca” il video, come si usa dire, non fa audience, non fa ascolti e non “tira” pubblicità. Eppure, nella società della conoscenza, è una questione cruciale per la crescita di un Paese moderno, per la sua capacità di competere a livello globale, e in definitiva per la sua ricchezza e il suo benessere. Ma la querelle che s’è accesa sui tagli alla scuola, previsti in questa controversa finanziaria, assomiglia più a una commedia degli equivoci (o se si preferisce, degli inganni) che a un confronto fra interessi legittimi.

Al fondo, in una confusione di dati e di cifre, c’è una resistenza corporativa, una difesa di posizioni acquisite, che non giova né agli insegnanti né tantomeno agli studenti. Il punto di partenza è che, per effetto dello “sboom” demografico, negli ultimi quarant’anni la forbice tra queste due componenti è andata progressivamente allargandosi. Dal 1960 al 2000, gli studenti sono diminuiti del 37% mentre gli insegnanti sono aumentati del 40%. E dunque, in base a una tendenza che appare destinata a continuare anche se sarà compensata in parte dall’immigrazione, si può ragionevolmente prevedere che in futuro la domanda potenziale di istruzione e formazione professionale in Italia risulterà minore che negli altri Paesi europei.

sch10125.jpgBocciata anche dall’ultimo Rapporto dell’Ocse (l’Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico), la nostra scuola costa troppo e rende poco, restando così in coda alla graduatoria europea. Con un investimento complessivo di circa 50 miliardi di euro all’anno, lo Stato finanzia soprattutto una legione di 720 mila insegnanti, a cui ne vanno aggiunti oltre centomila fra precari e supplenti. Sono il 30% in più della media europea e, secondo le stime degli esperti, si potrebbero ridurre in prospettiva di 200 mila addetti, con un risparmio annuale valutato intorno ai 50 milioni di euro. Ma naturalmente bisogna fare i conti con un partito di un milione di persone che, compresi i familiari, arriva a contare quattro o cinque milioni di voti.

È vero – come sostengono i sindacati, contestando i tagli della finanziaria e chiedendo maggiori finanziamenti – che questo stanziamento corrisponde al 3,5% del nostro Prodotto interno lordo, contro il 3,8 della media europea. Ma la cifra va rapportata al numero complessivo degli studenti che sono all’incirca 7,5 milioni: ne deriva che la spesa pro-capite supera del 20% quella europea, con un rapporto di 1 insegnante per 10 studenti, mentre nel resto d’Europa è di 1 a 13. L’effetto di questa proliferazione del corpo docente, alimentata ovviamente anche da ragioni elettorali e clientelari, è doppiamente negativa.

 

 

Il Corriere 30/10/2006

La scuola senza qualità2_020703.gif

di

Angelo Panebianco

Poiché le vicende della scuola suscitano sempre scarso interesse, pochi hanno lamentato che la contestata Finanziaria del governo Prodi preveda l’assunzione in tre anni di centocinquantamila precari. Negando così due esigenze: ridurre la spesa pubblica e assumere insegnanti bravi anziché «collocare» precari. A onor di verità, qualche commentatore aveva colto per tempo l’esistenza del problema. È giusto ricordare, ad esempio, che quest’estate un importante sostenitore del governo, Eugenio Scalfari ( La Repubblica, 25 agosto), considerato il numero abnorme di docenti (rispetto agli altri Paesi europei), sollevava l’esigenza di «parametrare il numero degli insegnanti nelle scuole medie sulla consistenza degli alunni».
Sul Corriere del 27 ottobre Gianna Fregonara ha riportato i dati Ocse sullo stato dell’istruzione nei diversi Paesi e il giudizio impietoso che dall’Ocse arriva sulla qualità della scuola in Italia. In un altro Paese ciò sarebbe materia di scandalo, l’opinione pubblica fremerebbe e la classe politica cercherebbe un rimedio. Ma siamo in Italia: qui il governo vero della scuola, da almeno un trentennio, è delegato a un’alleanza di ferro fra burocrazia ministeriale e sindacati. Con risultati pessimi e nel disinteresse generale.
Per capire come viene trattata l’istruzione basti considerare che nella Finanziaria è contenuta, nel silenzio o nella disinformazione di quasi tutti, una vera e propria riforma occulta della scuola (un’eccellente analisi è reperibile nel sito dell’Associazione docenti italiani). Non è prevista solo l’assunzione di un esercito di senza-titolo4.jpgprecari, che rende inutile ciò che è stato fatto in questi anni dalle Università, con le scuole di specializzazione, al fine di formare insegnanti di qualità. Si liquida, nel silenzio, gran parte della riforma Moratti, anche in ciò che aveva di più valido (come il doppio canale, scolastico e professionale, tanto detestato da sindacati e sinistra estrema). Si innalza poi l’obbligo scolastico (e non dovrebbe certo essere la Finanziaria a farlo), come previsto, è vero, dal programma dell’Ulivo, ma soprattutto con l’evidente intento, comprovato da dichiarazioni in tal senso di esponenti del governo, di salvaguardare e ampliare i già gonfiatissimi organici. Si lascia infine al Ministero la possibilità di fare della scuola tutto ciò che vorrà, demandandogli il compito di intervenire con venti decreti attuativi sui temi più disparati.
A parte la scorrettezza di affidare alla Finanziaria la riforma della scuola lasciando all’oscuro il Paese, è la sostanza che deve preoccupare. Viene abbandonata ogni ipotesi di professionalizzazione degli insegnanti e di innalzamento della qualità dell’insegnamento e della preparazione degli alunni. Addirittura (c’è anche questa perla), si arriva di fatto a ingiungere agli insegnanti del biennio di ridurre del dieci per cento il numero dei bocciati al fine di contenere i costi.300503.gif
La scuola resta, anche con questo governo, ciò che è da un trentennio: una mastodontica e inefficiente struttura al servizio più della corporazione che vi lavora (ma con grande frustrazione degli insegnanti bravi che pure ci sono) che degli utenti. Una struttura nella quale, con i fallimentari risultati che l’Ocse documenta, non si deve muover foglia che il sindacato non voglia.
Se si vuole un’ulteriore prova della sconfitta, culturale e politica, dei riformisti dell’Ulivo, è sufficiente leggere gli articoli della Finanziaria dedicati alla scuola, alla sua occulta riforma.

30 ottobre 2006

Senza assunzioni non c’è rilancio.

Francesco Scrima, Segretario Generale CISL Scuola

La paradossale presa di posizione di certi opinionisti, a cui tanta stampa dà rilievo, frutto di un’azzardata lettura dei dati sul funzionamento del sistema scuola e rispondente solo alla voglia di sollevare polveroni e casi mediatici, è per la CISL Scuola assurda e inaccettabiledscn1722.JPG.

Le 150mila unità di docenti da assumere a tempo indeterminato nel prossimo triennio, per queste azzardate analisi, non inciderebbero sulla crescita in qualità della nostra scuola.

La lettura che viene fornita dei dati di confronto con gli altri paesi europei (dati OCSE) denota la non approfondita conoscenza del funzionamento del nostro sistema scuola.

Sorprendenti sono le fantasiose teorie di chi, per eliminare gli sprechi, imputa all’autonomia scolastica la responsabilità di correggere in termini numerici le risorse umane e finanziarie, arrivando a sostenere che si possa approfittare della “moria” dei docenti, prevista dai pensionamenti nei prossimi anni di ben 300mila unità, per ridisegnare una scuola più efficace ed efficiente.

La CISL Scuola ha fondato sospetto che la genialità e la creatività in libera uscita di tali analisi si ispiri, più che a teorie efficientiste, solo alla originalità del noto show man Renzo Arbore, col suo spettacolo televisivo “MENO SIAMO E MEGLIO STIAMO”.

La Scuola è insegnamento e apprendimento e come tale necessita di risorse indispensabili. La stessa presenza di 200mila lavoratori precari sta a dimostrare l’indispensabilità di questo personale nella scuola e allo stesso tempo è segno evidente della responsabilità di negative politiche scolastiche dei tanti governi che si sono succeduti, che hanno fatto solo lievitare la precarizzazione del lavoro.

immagine-x125.jpgLa conseguente discontinuità educativa, a cui da anni sono sottoposti gli alunni, è uno degli elementi che indeboliscono il progetto di crescita qualitativa.

Parlare di autonomia, di valutazione del sistema, di piani di studi con tanta disinvoltura denota solo grande superficialità che, pur dando materia di polemica ai giornali, non serve certamente a fare un buon servizio alla scuola.

La CISL Scuola invita questo Governo a mantenere gli impegni assunti con gli elettori e con il Paese per eliminare la precarietà e perseguire quella discontinuità politica utile a riformare in modo condiviso il sistema scuola e per valorizzare i suoi operatori.

Solo così l’istruzione e la formazione possono essere strumento indispensabile di sviluppo e crescita per il Paese.

 

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