Il Gazzettino Domenica, 5 Novembre 2006

Venezia, “processo” alla Legge speciale

Un intervento dell’economista Francesco Giavazzi apre il dibattito sulla gestione dei finanziamenti statali

(da.sca.) Per ogni cento euro di soldi da Legge speciale impegnati per le politiche della residenza, il Comune ne è riuscito a spendere solo 58. Per quanto riguarda le politiche di sostegno alle attività produttive, gli euro investiti sono stati appena il 39 per cento. Sono percentuali indicate nel libro “Un’isola del tesoro”, scritto dal vicesindaco Michele Vianello nel 2004. Dove siano finite le differenze tra quanto speso e quanto impegnato, non si sa. Quello che è certo è che anche in queste cifre sta il fallimento di due degli obiettivi fissati dalla legislazione speciale che lo Stato aveva deciso di concedere a Venezia dopo l’acqua granda del 4 novembre 1966.Fallimento che è nei fatti. Perché dal 1973 a oggi, malgrado i circa 9 milioni di euro stanziati dallo Stato per Venezia per manutenzione urbana, tutela ambientale e salvaguardia socio-economica, la popolazione del centro storico è passata da 108mila a meno di 62mila abitanti, le imprese artigiane che nel 1976 erano 2.245, nel 2002 sono scese a 1.566 (dati Confartigianato), e perché anche i poveri preti ormai devono fare i salti mortali, come avviene nel caso di don Giannantonio Trenti, parroco uno e trino, al quale la diocesi ha affidato le sempre meno numerose anime di tre parrocchie di Castello (San Pietro, San Giuseppe e san Francesco di Paola).Così, nel giorno dell’anniversario dell’acqua granda, torna la domanda: ha ancora senso proseguire spendere soldi dello Stato per Venezia? Ha ancora senso parlare di Legge speciale? Tema già sollevato provocatoriamente lo scorso giugno da tre giornali inglesi con titoli abbastanza eloquenti: “Se amate Venezia, lasciatela morire” (Times), “Disney dovrebbe risollevare Venezia e Pompei” (Independent), “Mandate Disney a salvare Venezia” (Observer).

cimg0050.JPGE come la marea, risale ciclicamente anche la polemica. Del resto la tesi di affidare Venezia alla Disney era già stata lanciata, prima degli inglesi, dal professor Gherardo Ortalli di Ca’ Foscari. Giovedì pomeriggio, all’Istituto Veneto di scienze, lettere e arti, il tema è stato nuovamente sfiorato, alla presenza del patriarca Angelo Scola.Francesco Giavazzi , docente di economia politica alla Bocconi di Milano, ha lanciato il sasso. «Va bene la salvaguardia di Venezia – ha detto – ma quale tipo di città vogliamo? I politici hanno mostrato l’incapacità di compiere scelte: le decisioni ormai si prendono a Mestre, ma i veri problemi sono a Venezia».Ieri, in prima pagina del Corriere della Sera, Giavazzi ha fatto il bis: «Il problema di Venezia è politico, non di ingegneria idraulica… Se il progetto è solo turismo a buon mercato, allora basta la Walt Disney corporation. Il parco di Orlando non riceve neppure un dollaro dal governo, anzi fa lauti profitti» ha concluso Giavazzi , sintetizzando il concetto che senza un progetto Venezia non deve avere più un solo soldo pubblico.«Invece è chiaro che ci vogliono finanziamenti – gli risponde il vicesindaco Michele Vianello – ma bisogna vedere per cosa: per il Mose no, per tutto il resto sì. Venezia è città unica e complessa».

Il sindacoMassimo Cacciari, tre mandati a Ca’ Farsetti e quindi chiamato in causa direttamente, liquida invece il tutto con una scrollata di spalle, come «interventi di professori che denotano incompetenza e ignoranza».Massimo Albonetti, presidente della Camera di commercio, è un filo più ironico: «Visto che Giavazzi è professore, avrà ragione lui». Ma Venezia non vuole comunque rinunciare alla Legge speciale. «Certo – aggiunge Albonetti – si possono sempre spendere meglio i soldi dello Stato, ma la città non può finanziarsi da sola. La Legge speciale è servita per la manutenzione urbana, per salvare edifici e pulire canali, per lavori complessi che nessun’altra città ha. Rinunciarci no, discutere su come spendere sì».Stessa tesi per monsignorBeniamino Pizziol, vicario generale della Curia. «Con la Legge speciale sono stati salvati monumenti, si è salvata l’unicità della città». Del resto di quei 9 milioni di euro stanziati dal 1973 a oggi hanno beneficiato un po’ tutti in città: non solo Comune, Provincia, Regione e Consorzio Venezia Nuova, ma anche Università, Ulss, Curia. Persino l’aeroporto Marco Polo era inserito tra i destinatari di 24 milioni di euro per “opere di urbanizzazione”. Ovvio che, in questo contesto, parlare di fine della Legge speciale suona come una provocazione. Persino un liberista comeRenato Brunettaha più volte sostenuto che Venezia non può rinunciare al contributo pubblico per la sua salvaguardia idraulica. Segno che veramente la città non può mantenersi da sola.cimg0053.JPG

Il problema è però come spendere i soldi. Antonio Alberto Semi, presidente dell’Ateneo Veneto, parla proprio di “qualità”. «Giustissimo chiedersi che città vogliamo – dice Semi – A parte i problemi di salvaguardia fisica, ci sono quelli di salvaguardia socio-economica. Per quanto riguarda la residenza, ad esempio, finora si è sempre scelto di dare contributi a seconda del reddito. Una scelta “quantitativa”, invece che “qualitativa”. A mio avviso c’è invece bisogno di qualificare la residenza a Venezia. Un esempio: un ricercatore universitario guadagna 1200 euro al mese, praticamente è al limite della povertà. Vogliamo una città di ricercatori? Bene, agevoliamone la residenza, offriamo cittadinanza e condizioni di vita accessibili a quelle categorie con cui vogliamo ripopolare Venezia. Impossibile? Non mi pare. La Serenissima faceva così, alla fine di ogni pestilenza».Che ci vogliano progetti è d’accordo ancheAntonio Padoan, direttore generale dell’Ulss 12, ma senza interrompere il legame con i contributi statali. «Sospendere i finanziamenti di Legge speciale? Venezia è una città particolare, che non può slegarsi dal sostegno pubblico. Però i finanziamenti devono essere finalizzati a obiettivi e su questo la politica deve fare scelte precise, non ambigue». Però tutto parte, secondo Padoan, da un assunto: «Venezia va aiutata, ma deve anche aiutarsi». Perchè, afferma, il problema è che certe scelte sono ostacolate da una mentalità per troppi anni abituata all’assistenzialismo.«Venezia del resto ha già il Casinò, agevolazioni fiscali, una legislazione speciale – aggiunge – Ma spetta anche ai veneziani abituarsi a produrre di più, rimboccarsi le maniche». Qualche stoccata ai veneziani era giunta giovedì, all’incontro dell’Istituto Veneto, anche da parte di Davide Croff, presidente della Biennale. «È vero che si avverte la mancanza di una classe dirigente – aveva detto Croff – e l’incapacità di fare sistema. Ma è anche vero che i veneziani dovrebbero aprirsi di più all’accoglienza verso persone e idee che arrivano da fuori. Molti problemi in città non si risolvono perchè si vuole che ci pensino solo i veneziani».Padoan è sulle stesse posizioni. «Esiste uno scollamento – aggiunge il direttore dell’Ulss – Cacciari ha in mente umn progetto di città, ma non tutti remano dalla stessa parte. Prendiamo il Lido. Si stanno avviando politiche per decidere che tipo di turismo si vuole portare in isola e che tipo di strutture occorre realizzare. Il sindaco questo lo sa, la città, mi pare, un po’ meno».Ma è sulle politiche per la casa che Padoan si toglie qualche sassolino dalla scarpa. «Mi pare alquanto singolare – conclude – che l’assessore Rumiz chieda al Patriarca di liberare le sue case per i veneziani. Il Comune ha 10mila alloggi pubblici, la Curia un centinaio in centro storico. Pensi l’amministrazione ad attivare vere politiche per la residenza, ad esempio stanando chi non ha diritto ad abitare in case comunali».cimg0347.JPG

COMMENTO

………Fallimento che è nei fatti. Perché dal 1973 a oggi, malgrado i circa 9 milioni di euro stanziati dallo Stato per Venezia…

  • Se quanto riportato sopra vale per Venezia, che dire dell’uso dei fondi della legge speciale a CHIOGGIA?
  • Chioggia perdie 3-400 abitanti l’anno, e parliamo diell’intero comune, non di solo di centro storico.

Se manca la classe dirigente a Venezia per noi di Chioggia si può dire che mancano anche i pre-requisiti di embrione di classe dirigente.

  • La campagna elettorale che si trascina da mesi, si accende solo battaglie su ambizioni di singoli o di gruppi di interesse, ma di programmi, di analisi sulla gestione precedente e sui programmi futuri non si vede traccia.

Speriamo che nel prosieguo della campagna elettorale

  • emergano ambizioni e progettualità nell’interesse collettivo;
  • cresca un dibattito sui contenuti e sul futuro di questa città.

Allo stato attuale, purtroppo, nonostante primarie, consultazioni e affini non si vede il fondo del tunnel.

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